Mario Bardi, classe 1924, fiorentino
ESTRATTO
Era domenica quel 25 luglio 1943. Nonostante l'altitudine di mezza montagna, in paese faceva caldo e Mario stava sdraiato sull'erba all'ombra di un gelso. Era sereno, ormai aveva raggiunto l'equilibrio psichico e la tranquillità di cui aveva bisogno e si sentiva perfettamente inserito in un modo nuovo di vivere, al quale aveva contribuito una maggiore esperienza acquisita sul lavoro tanto che il Venuti lo aveva promosso, dopo un breve periodo di tirocinio, operaio specializzato. Anche i colleghi di lavoro più anziani, vedendolo applicarsi con attenzione e buona volontà, avevano cominciato a trattarlo alla pari. Al Gruppo Rionale, anche se la sua frequentazione si era diradata, era considerato un buon camerata, il lato economico non lo preoccupava, per cui era contento di sé, convinto sempre di essere nel giusto come gli aveva sempre raccomandato la zia Bianca: "Chi è in pace con la coscienza, la notte dorme sempre serenamente... e ci guadagna anche in salute!".
Il mattino dopo alle sei, Mario prese la corriera della "Sita". Doveva entrare al lavoro prima delle otto. C'era tutto il tempo. Durante il viaggio non notò niente di speciale. La corriera, un vecchio autobus Fiat blu, era quasi vuoto: due contadini che scesero a Borgo San Lorenzo, una donna vestita di nero con una gallina viva in un cesto che teneva sulle ginocchia ed un militare, conosciuto da Mario al paese, che rientrava in caserma dalla licenza, con il quale scambiò due parole.
Quando l'autobus arrivò a Firenze, alla stazione della Sita in via Maso Finiguerra, Mario ebbe la strana sensazione che qualcosa di particolare e d'importante doveva essere accaduto ma non se ne rese conto subito; capannelli di gente che discuteva animatamente, un'euforica allegria era palpabile in giro e soprattutto Mario si accorse che s'inneggiava, non capiva bene a chi, alzando il braccio sinistro con il pugno chiuso.
"Che è accaduto, come mai quelli... con il pugno chiuso... ma sono i comunisti che salutano con il pugno chiuso...!" pensò stupito e mentre si poneva questi interrogativi, entrò nel bar più vicino avvicinandosi ad alcune persone sedute attorno ad un tavolino che discutevano animatamente.
"Era ora, non ne potevamo più. Adesso la guerra finirà" diceva uno.
"E Mussolini? Chissà dove l'avranno carcerato" diceva un altro.
"Il re... l'ha fatto arrestare il re. I carabinieri l'hanno portato via con un'autoambulanza" precisò un terzo. Le domande e le risposte si susseguivano come un fuoco di fila
"E dove?"
"Non si sa, in un qualunque posto sicuro, perché ne abbiamo avuto abbastanza."
"E la guerra ora finirà..." ripeté il primo
"Badoglio ha detto che la guerra continua a fianco dell'alleato..." disse uno che si era avvicinato.
"Ma come? Sei sicuro?" chiesero gli altri guardandolo sbigottiti: "Ma se... "
"Eccome no, l'ha detto la radio..."
"Allora è vero... porca miseria... mi sembrava impossibile che i nostri guai fossero finiti!" borbottò il primo.
Sentendo questi discorsi Mario ebbe la sensazione che la terra gli si aprisse sotto i piedi: fu preso da un senso di smarrimento con in testa un mulinello di domande senza risposta: "Mussolini... che c'entra il Duce? Che è successo? Arrestato? E' finita la guerra, oppure no... il saluto a pugno chiuso... i comunisti!" Si avvicinò ad un altro gruppo di persone ed ascoltò.
Ieri, mentre Mario se ne stava beatamente steso al sole, era accaduto un fatto che avrebbe dato una svolta alla storia d'Italia e gettato nella gioia più sfrenata una parte degli italiani e nello sconforto l'altra: il Re aveva fatto arrestare il Duce dopo che era stato messo in minoranza nella riunione del Gran Consiglio a Palazzo Venezia. Il fascismo non c'era più, l'Italia si era liberata dal regime fascista ma la guerra - così aveva detto il generale Badoglio - continuava a fianco della Germania.
"Come può essere vero - pensò Mario - si tratta di false notizie". Mario non ci credeva, non poteva essere vero. Non riusciva ad immaginare come potesse essere successo. Vent'anni di fascismo, il regime allo sfascio, una vita sprecata, la sua vita, vissuta nell'Idea in un sistema che sembrava eterno: "Roma imperiale, la Quarta sponda, la Battaglia del Grano, sogni di grandezza che andavano in fumo!" Mentre confusamente faceva queste riflessioni, un vociare acuto lo distolse e seguì la gente che correva verso l'angolo della strada dove un uomo veniva malmenato da un gruppo di individui che lo colpiva con calci e pugni gridando:
"E' Tordi, uno squadrista, fascista, delinquente... adesso non alzerai più la cresta."
La gente era come impazzita, urlava, rideva sguaiatamente provocatrice o piangeva istericamente. Era la prima volta che Mario era testimone di quanto potesse essere capace la folla di fronte ad un avvenimento che la vedeva protagonista, libera in una completa follia anarchica.
Mario corse via e senza nemmeno rendersene conto si trovò, come già gli era accaduto quando fu riformato alla visita medica, sulla porta di casa, ma non c'era la zia Bianca ad accoglierlo come quella volta. Per la corsa che aveva fatto e per l'agitazione, la mano gli tremò mente infilava la chiave nella serratura. Si gettò sul letto senza togliersi di dosso il soprabito, gli occhi fissi al soffitto e ripensando a tutto ciò che aveva visto e sentito. Era sconvolto per lo shock subito e si addormentò. Quando si svegliò aveva la bocca impastata ed un gusto amaro, un forte mal di testa ed era sudato: fece fatica a realizzare dove fosse e con uno sforzo cercò di raccogliere le idee.
"Ho sognato, forse" si domandò, credendo di aver fatto un brutto sogno e guardò automaticamente l'orologio.
Attraverso la finestra chiusa gli giunse il rumore di camions e gente che gridava inneggiando all'Italia liberata, al re Vittorio Emanuele. Corse alla finestra e si affacciò: non aveva sognato, era realtà! Una colonna di autocarri pieni di gente che sventolava bandiere rosse e tricolori in via del Romito veniva da Rifredi; erano gli operai e riconobbe anche quelli dell'Officina, del suo reparto. Tutti gli operai delle fabbriche avevano abbandonato il posto di lavoro proclamando uno sciopero politico, per manifestare la loro festosa soddisfazione. Mario aveva sentito parlare di "sciopero" alle lezioni di Dottrina Fascista come un'offesa alla laboriosità del popolo, un'offesa alla memoria di coloro che avevano dedicato la vita al lavoro, talvolta sacrificandola, per l'edificazione di un'Italia che esigeva il rispetto del mondo.
Sembrava che tutta la gente si fosse messa d'accordo per scendere in strada: il sole stava ormai tramontando ma sembrava che la giornata non dovesse mai finire, tanto frenetico e affollato era il movimento per le strade. Durante tutta la notte la gente volle scrollarsi di dosso tutte le pene che fino allora aveva dovuto sopportare anche se la guerra, era stato dichiarato, doveva continuare a fianco dell'alleato tedesco. Ma non importava, era caduto il governo, il fascismo non comandava più: il popolo festeggiava.
Nella solitudine della sua camera Mario si sentì vinto e privato di un'eredità, di un patrimonio rappresentato da un futuro in cui egli aveva fermamente creduto, derubato di qualcosa che intimamente gli apparteneva. Era smarrito in mezzo a quella tempesta di gioia, di canti, di esultanza della folla vociante ed inneggiante all'Italia ed al tricolore, alla libertà ma anche alla Russia, ai Soviet. Il corteo dei camion passò velocemente.
" Ma come? Più liberi di come eravamo, che tipo di libertà vogliono questi?" si domandò incredulo, tutto era successo così all'improvviso...
Quel giorno non andò al lavoro e pensò che anche il giorno successivo non ne avrebbe avuto la voglia.
Si guardò allo specchio che rifletteva il suo volto e quasi non si riconobbe: era stravolto, con la barba lunga, gli occhi infossati su una faccia che non pareva la sua. Si tolse il soprabito che aveva ancora indosso da quando era entrato in casa e sentì il bisogno di lavarsi. L'acqua fredda lo rianimò un poco e l'aiutò a liberarsi dall'angosciosa tensione che l'aveva oppresso, tuttavia non riuscì a mandare giù un boccone, aveva solo ancora voglia di dormire e si buttò nuovamente sul letto.
Come in un film gli passarono davanti agli occhi i momenti più importanti che aveva vissuto ed ancora una volta sentì le lacrime scendergli sulle guance, lacrime di amarezza, di rimpianto ma che, in un certo senso, furono liberatorie dalla pena che lo aveva sopraffatto come un dolore fisico. Fu un momento amaro, moralmente e fisicamente: gli parve impossibile che tutti i suoi ideali dovessero cadere così, come un castello di carte rovina giù, di colpo, con un soffio.
Si addormentò nuovamente. Passò una notte agitata sognando la zia Bianca che lo rimproverava per le sue paure e la fragilità del carattere; sognò le bandiere rosse che sventolavano e si rincorrevano tra le grida dei manifestanti e la gente che disordinatamente vociava parole incomprensibili; sognò volti alterati o deformi che gli si avvicinavano urlando minacce e deridendolo, sognò l'ufficiale medico della visita militare, enorme, che gli urlava in faccia: "Riformato, riformato".
Fu una notte di delirio, di quelle che lasciano al risveglio un senso di oppressione e di svuotamento, come dopo una pesante sbornia di vino o di fatica. Si destò all'alba, verso le cinque. Fece uno sforzo per alzarsi dal letto e si preparò il caffè che bevve con gusto e che trovò particolarmente buono: la calda bevanda lo risollevò. Decise di presentarsi al lavoro ma si domandò come lo avrebbero accolto i compagni di lavoro che conoscevano le sue idee, forse qualcuno lo avrebbe affrontato e... Uscì di casa esitando e guardandosi attorno temendo che qualcuno fosse ad attenderlo. Vide venirgli incontro Palmieri, l'inquilino del piano di sopra, con il quale aveva avuto in passato delle discussioni di vicinato, e pensò:
"Adesso mi domanda se sono ancora fascista..."
"Buongiorno, signor Bardi."
Tirò un sospiro di sollievo.
"Buongiorno signor Palmieri" rispose rassicurato accennando un saluto toccando la visiera del berretto.
Si diresse verso l'Officina; anche lì non si era ancora esaurita l'entusiasmo collettivo del giorno prima. C'era ancora nell'aria l'eco delle grida, della baraonda, della cattiveria, della gioia e stava arrivando il tempo della vendetta.
Passando davanti al bar sentì la radio che annunciava la formazione di un nuovo governo composto da personaggi che non aveva mai sentito nominare; gli era familiare solo il nome del Maresciallo Badoglio, l'artefice dell'Impero. Quando attraversò la portineria nessuno gli fece caso, salì le scale, marcò all'orologio la cartolina delle presenze ed entrò nel reparto.
Gli vennero incontro Rolandi e Cesari, due colleghi con il quale aveva un buon rapporto. Erano sorridenti e questo lo rasserenò: vedere due volti amici che ti sorridono, era quello che ci voleva per Mario dopo aver passato una notte agitata. Come sempre lo salutarono cordialmente, e Mario ne fu lieto.