Baldino (1875-1915)
ESTRATTO
(...) Nell'estate di quell'anno, dopo l'ondata di scioperi che aveva interessato Firenze e gran parte della Toscana, nel capoluogo regnava un'ansiosa inquietudine, poiché circolavano voci di un'imminente azione e le promesse di facile successo avevano elettrizzato gli Internazionalisti, nonostante si facessero sentire anche voci deluse e di disappunto per l'esitazione dei capi a dar inizio ai tumulti. La polizia era all'erta, poiché in precedenza erano apparsi sui muri di Firenze dei manifesti celebrativi dell'anniversario della Comune che avvertivano:
18 Marzo
della borghesia Spavento,
del proletariato speranza,
comune,
ad abbattere i potenti e
sollevare gli oppressi, ad
uguagliare gli uomini,
irivoluzionari t'invocano,
s'apprestano a combattere
Il questore di Firenze scriveva il seguente rapporto:
"Gli affiliati si dimostrano malcontenti e scoraggiati dal prolungamento della progettata insurrezione, in guisa che alcuni minacciavano perfino di voler abbandonare la setta. E' un fatto incontestabile, però, che il partito internazionale di questa città spiega da qualche tempo un'attività tale da far richiamare la più seria attenzione... I più esaltati pongono ogni loro cura nell'istigare i compagni a fare indefessa propaganda specialmente nelle campagne e non mancano di recarsi in persona, con frequenti gite, nei paesi limitrofi onde tentare la formazione di nuove sezioni internazionali.
Il fanatismo di questi internazionalisti è al colmo e tutti sperano nel buon esito della causa loro... I capi delle sezioni non si occupano d'altro che di raccomandare l'unione, la fermezza e d'esser pronti al primo segnale d'allarme. "
In San Lorenzo ogni giorno vi era mercato e Guido fece fatica a trovare il locale che gli aveva indicato Lapo, poiché tutta la piazza era occupata dai vari banchi e carretti che impedivano la vista, ma dopo aver domandato in giro trovò l'osteria. Data la particolarità della zona sempre gremita di gente il locale era affollato di avventori; Guido girò per i tavoli finché vide Lapo seduto ad uno d'angolo in fondo al locale, un po' riparato da sguardi indiscreti che confabulava con altri due uomini tenendo la testa bassa, quasi per non voler essere riconosciuto e di tanto in tanto l'alzava quel poco per dare un'occhiata in giro. Guido non si avvicinò ed attese che Lapo si voltasse dalla sua parte, per fargli un cenno. Quando vide Guido a pochi metri da lui, Lapo lo fissò per fargli capire che lo aveva visto e dopo pochi minuti, salutati i due si alzò e passando davanti a Guido, senza fermarsi gli fece cenno col capo di seguirlo.
Percorrendo il labirinto creato dai banchi e facendosi largo tra i venditori che offrivano la loro merce, fecero pochi passi e giunsero di fronte all'ingresso delle Cappelle Medicee, in piazza Madonna degli Aldobrandini, anch'essa invasa dalla gente, e si appartarono dietro l'ampio battente del portone. Il vocio intenso si diffondeva per tutta la piazza e le grida dei venditori sovrastavano ogni altro rumore tanto che Lapo, senza più alcuna prudenza poiché nessuno avrebbe potuto udirli, per essere inteso fu costretto a gridare nell'orecchio diGuido poche parole: "Ora un c'ho tempo. Ci si vede stasera alle cinque... in via Maggio 25, nel rione di Santo Spirito. Acqua‘n bocca!" e facendo un rapido segno di saluto Lapo si confuse tra la folla e sparì.
Guido ci rimase male per essere stato piantato così su due piedi; si guardò in giro, senza sapere dove andare e poiché avrebbe dovuto trascorrere il tempo in attesa dell'appuntamento, si diresse nuovamente verso l'osteria. Si sedette ad un tavolo e chiese che gli portassero qualcosa da mangiare.
I tavoli erano occupati da operai e da gente con vestiti più curati, forse commercianti del vicino Mercato Coperto di via dell'Ariento. Guido notò, seduti al tavolo accanto al suo, quattro persone anch'esse ben vestite che dovevano essere impiegati o intellettuali: tre parlavano toscano, ma non usavano le espressioni becere del popolino, mentre l'altro a parere di Guido doveva essere romagnolo. Senza farsene accorgere, si mise ad origliare: i tre toscani ascoltavano il romagnolo che raccontava di un certo Andrea Costa, "el biondèn, che diventerà sicuramente il primo deputato socialista al Parlamento italiano e che a Milano il Partito Operaio Italiano, nel quale vi sono uomini importanti che non si confondono con gli anarchici, acquista sempre più diffusione e credito".
Il romagnolo che evidentemente doveva essere un esponente importante venuto appositamente a Firenze per incontrare i tre compagni, continuava nella sua esortazione ed invitava i suoi interlocutori... "Tutti i lavoratori lo devono sentire il dovere di organizzarsi in Leghe di resistenza sotto la bandiera socialista. Dobbiamo serrare le fila, ditelo ai compagni operai, bisogna maturare le nostre coscienze alle grandi verità del socialismo e persuaderci che dopo l'assalto ai pubblici poteri con la legalità, dopo tutto il lavoro di propaganda che ci è per ora riservato e che stiamo facendo, deve pur venire, per le resistenze della classe borghese, l'ora delle grandi prove!"
Guido avrebbe voluto intromettersi nella conversazione ma quelli, seppure non facessero mistero dell'argomento della loro conversazione, con il rischio di andare in galera o per lo meno essere ammoniti dalla polizia attenta alla presenza in città di "sovvertitori della legalità e dell'ordine", dettero l'impressione a Guido che fossero persone presuntuose e scostanti come se si ritenessero superiori alla gente che stava loro intorno, per cui fu portato ancora a pensare che la politica non era fatta proprio per la povera gente come lui che, anzi, doveva subirla e quasi si pentì di essere venuto a Firenze.
Pagò il conto ed uscì dall'osteria convinto che avrebbe rinunziato ad andare a quell'indirizzo misterioso e si avviò verso la stazione ferroviaria di Porta a Prato per tornare a casa. Quel giorno però il destino aveva decretato che la curiosità di Guido gli avrebbe fatto cambiare opinione: sarebbe andato a quell'indirizzo: "per curiosità"si convinse"per rendermi conto. "Allora, era già arrivato in piazza S. Maria Novella, girò i tacchi e per via de' Fossi arrivò al ponte alla Carraia, percorse il Lungarno Corsini fino al Ponte di S. Trinità che conduceva Oltr'Arno - come dicono i Fiorentini - nel rione di Santo Spirito.
Appena traversato il ponte, Guido imboccò Via Maggio e individuò subito il palazzo segnato dal numero 25. Era una vecchia costruzione cinquecentesca di tre piani con grandi finestre. In passato doveva essere stata un'abitazione gentilizia: lo si poteva dedurre dallo stemma di pietra logorata dal tempo, ancora visibile sopra il grande portone, dalle scale con i larghi gradini di marmo e dai i vetri colorati montati su piombo che decoravano ancora le finestre a bifora. Ora l'edificio era cadente, abitato da gente comune.
Il portone era aperto e Guido salì le scale sbreccate e sporche. Non sapeva dove andare, ma un brusio smorzato di voci che proveniva dall'ultimo piano lo guidò fino ad un'ampia stanza nel sottotetto, dove era riunito un numeroso gruppo di persone che chiacchieravano fra loro. Quando uno di quelli vide Guido fermo sulla porta, gli si mosse incontro mentre gli altri facevano silenzio, ma un deciso "Lo conosco io!" lo arrestò.
Era Lapo, apparso improvvisamente e, dimenticando la confidenza che aveva avuto con Guido quando lo aveva conosciuto, senza degnarlo di uno sguardo gli fece cenno di venire avanti e si diresse verso un tavolo in fondo alla stanza. Tutti si disinteressarono del nuovo venuto ed il chiacchierio si attutì, poiché Lapo stava per cominciare a parlare.
Guido si sedette in un angolo su una vecchia sedia la cui impagliatura, logora in più punti, mostrava la sua veneranda età. L'aria era greve per il fumo e l'afa incombente.
Guido avvertì subito un senso di disagio e si domandò se avrebbe fatto meglio a non dare retta alla curiosità; non era, infatti, un ambiente che gli ispirava fiducia anche se la gente lì radunata non era certamente di malaffare. Guardò in giro, osservando un po' l'uno e un po' l'altro; dovevano essere artigiani ed operai, c'era anche qualche borghese che si notava subito per il comportamento discreto ed appartato, e tutti vestivano con una certa proprietà. Guido non si trovò a suo agio, perché c'era qualcosa, in quell'ambiente, che lo disturbava, ma"forse è una mia impressione, questa è gente perbene" pensò.
Ottenuto silenzio con un ampio gesto della mano, Lapo prese la parola.
"Cari compagni" iniziò con decisione l'oratore "questa riunione è molto importante perché abbiamo qui fra noi, nuovi affiliati all'Associazione che daranno ancor più vigore alla nostra azione contro lo sfruttamento dei padroni e dello Stato. E'giunto il momento della rivendicazione ed occorre che tutti si tengano pronti al primo segnale". Poi ordinò, senza altri preamboli: "Chi dispone dei mezzi necessari si procuri le armi per la lotta, agli altri provvederà il Comitato rivoluzionario... "
Parlava usando con la maestria dell'oratore consumato toni ora persuasivi e convincenti ora imperiosi e autoritari, da tribuno, come il politicante che si atteggia a difensore del popolo. Lapo si esprimeva in un italiano "come un libro stampato", pensò Guido e si meravigliò, tanto che gli passò per la mente che quel Lapo con il quale, pochi giorni prima, aveva fatto merenda fosse un altro.
"... Noi vogliamo arrivare a qualunque costo all'insurrezione che abbiamo progettato, perché siamo stanchi di dilazionare ciò che da lungo tempo aspettiamo con la più grande ansietà. Si avvicina l'ora di raccogliere il guanto lanciato in segno di sfida dalla reazione multicolore e quindi tra pochi giorni leveremo in alto... " ed a questo punto Lapo si alzò in piedi di scatto, alzando le braccia al cielo per dare maggior forza alle sue parole, e con voce alterata incitò "la bandiera del riscatto sociale. Additiamola agli operai e gridiamo loro: non cesserete mai dall'iniqua condizione di servi finché non vi sarete raggruppati intorno a questo vessillo, disposti a farlo valere a costo della vostra vita!... "Lapo continuò a tenere desta l'attenzione dei presenti, che sottolineavano con commenti e battimani i passi più salienti ed infervorati dell'orazione. Via via che la riunione proseguiva, l'aria era diventata ancor più pesante, complice il caldo e l'affollamento nella stanza gremita completamente. Guido improvvisamente accusò un malessere strano, come accade quando si ha la curiosa sensazione di non essere più materialmente presente in un luogo. Sapeva dove si trovava, vedeva Lapo che parlava agitandosi dietro il tavolo e gli altri che commentavano o applaudivano, ma non sentiva una parola, nessun rumore, la sala in cui sembrava galleggiare senza peso era diventata completamente muta. Fu una sensazione, un malessere che Guido non aveva mai provato. Ad un tratto la stanza, Lapo, la gente, tutto, cominciò a girargli intorno e gli parve che stesse per svenire, ma non perse i sensi: rimase cosciente ma impedito nei movimenti, come paralizzato in un sonno ipnotico.