Le avventure di un italiano (1824-1874)

ESTRATTO

Granducato di Toscana, 1824 anno del Signore. A pochi chilometri da Firenze, tra Capalle e Cafaggio, sulla strada verso il Ducato di Lucca, si ergeva una vecchia torre in mattoni rossi, destinata forse un tempo ad osservatorio e difesa militare, poi utilizzata come deposito di granaglie. Intorno ad essa, un grappolo di povere case contadine accoglieva un esiguo gruppo di famiglie legate al duro lavoro di quella terra, un terreno paludoso e ingrato per le scarse risorse che offriva.

La località prendeva nome da quella torre, la Torraccia: da qui inizia la storia.

Verso le undici del mattino di un giorno del mese di giugno di quell'anno, passava per quella strada una carrozza trainata da quattro cavalli bianchi a galoppo sfrenato. Il cocchiere, dall'alto della cassetta roteava, con energici movimenti del braccio, la lunga frusta sui cavalli sudati e ricoperti di schiuma bianca, sferzando l'aria con secchi schiocchi simili a quelli dei mortaretti durante il Carnevale.

Il dottor Gaetano Palloni, cavaliere dell'Ordine di San Giuseppe e medico Consultore dell'Imperiale e Regio Dipartimento di Sanità del Granducato, viaggiava in quella carrozza insieme alla moglie, donna Zemira. Stavano rientrando a Lucca dopo aver partecipato a Firenze al funerale del Granduca Ferdinando III e tra uno scossone e l'altro chiacchieravano scambiandosi le impressioni sull'erede e successore, il trentenne Leopoldo II, soprannominato dai fiorentini "Canapone" per il colore biondo dei suoi capelli. Erano stanchi per la lunga cerimonia funebre ed a tutto pensavano senza immaginare a quanto sarebbe loro capitato di lì a poco.

La carrozza uscì in una nuvola di polvere dalla curva del Pioppo Secco, quando un uomo sbucò improvvisamente da una di quelle povere case che davano sulla strada e, rischiando di essere travolto, improvvisamente si parò davanti ai cavalli, sbracciando con ampi gesti per fermare la carrozza. Sentendo la forza delle redini sul morso, i cavalli, s'impennarono ed ebbero uno scarto che fece sobbalzare il cavalier Palloni e la moglie, ma il cocchiere non preoccupandosi del villano che osava intralciare la strada, li tenne con mano ferma incitandoli a correre più forte.

L'uomo per non essere investito si gettò di lato e rotolò per terra, tra la polvere ed evitò miracolosamente le ruote della carrozza. Il cavalier Palloni, uomo di buoni costumi, si sporse fuori dal finestrino e sgolandosi, per farsi sentire, ordinò al cocchiere di arrestare la carrozza.

"Che gli ha preso a quel villano?... Ha rischiato di rimetterci la pelle, disgraziato! Che si sia ferito...?" disse il cavalier Palloni alla moglie.

Il cocchiere premette con forza il piede sulla barra del freno e la carrozza, sbandando e stridendo, si arrestò alcune decine di metri avanti, con le ruote bloccate dalle zeppe. Il cavaliere, nonostante la sua grossa mole, dovuta all'amore per la buona tavola, si precipitò giù dalla carrozza mentre la moglie si sporgeva anche lei dal finestrino per vedere cosa fosse successo. Per la fitta nuvola di polvere che i cavalli avevano sollevato dalla strada riarsa, il cavalier Palloni non riuscì a scorgere se l'uomo fosse ferito e tornò indietro, correndo affannosamente verso l'incauto che nel frattempo si era rialzato e dandosi delle gran pacche si toglieva di dosso la polvere.

L'uomo, che poteva avere una quarantina d'anni, il volto serio con fitte rughe ai lati degli occhi e la pelle bruciata dal sole, aveva una barba scura e arruffata che gli incorniciava il volto. Era vestito poveramente, con un paio di brache di un colore indefinibile strette sotto al ginocchio con due lacci di corda su due calze rosse ed ai piedi aveva un paio di zoccoli di legno talmente consunti che sicuramente dovevano aver visto molte stagioni; una camicia sdrucita e rotta in più punti, sopra una maglia di spessa lana rossastra e infeltrita, gli copriva il torace ampio e villoso.

"Voi siete sicuramente pazzo... mi dispiace per voi, ma ve lo siete voluto! Siete ferito? Cosa vi ha spinto a comportarvi in siffatto modo, a costo della vita?" domandò esagitato il cavalier Palloni con il fiato reso grosso per l'apprensione e la corsa che aveva fatto.

"La mi perdoni Vostra Eccellenza" disse l'uomo togliendosi di capo uno straccio che a suo tempo doveva essere stata una berretta "la mi' moglie l'ha lle doglie, ma i' ffigliolo un si decide. La comare la dice che i' bbambino e'morirà colla su' mamma. La m'aiuti, Vostra Eccellenza!" e così implorando l'uomo guardava Palloni con gli occhi pieni di disperazione.

"Così" disse Palloni indicando i cavalli ancora irrequieti per la tensione della corsa "avreste aggiunto disgrazia a disgrazia! Ma guarda caso, la fortuna vi ha fatto fermare la carrozza di un medico, perché io sono medico e ringraziate per questo il buon Dio" e mentre spingeva avanti l'uomo verso la casa, aggiunse "andiamo, svelto, fate strada" e rivolgendosi alla moglie, che nel frattempo era scesa dalla carrozza: "Zemira, vieni che c'è bisogno di noi." L'uomo si affrettò a far da guida al Palloni e lo precedette entrando nella povera casa.

Salirono una ripida scala con i gradini di pietra talmente consumati dal tempo e dall'uso, da dover far attenzione a mettere il piede per non scivolare e cadere.

Agli occhi del medico si presentò uno scenario miserevole: in quella stanza, illuminata solo da una piccola finestra, su un povero giaciglio fatto di stoppie e tutoli e ricoperto da una lacera e sporca coperta, giaceva la donna con il ventre gonfio ed enorme; accanto a lei stava accovacciata una ragazza sui quindici anni con una capigliatura corvina arruffata e, inginocchiata, una vecchia sdentata con la testa quasi calva, la comare, che biascicava una preghiera protendendo le braccia al cielo con occhi imploranti.

La donna, con il viso congestionato ed i capelli incollati sulle guance per il sudore, si lamentava con respiri profondi e cadenzati; a tratti i gemiti divenivano più intensi fino a terminare in un grido lacerante. La fanciulla per rinfrescarla, con lenti gesti le passava sulla fronte uno straccio imbevuto di acqua e aceto; le sue labbra mormoravano una monotona cantilena come un dolce controcanto ai laceranti lamenti della partoriente. La vecchia, intanto, si era avvicinata al focolare per attizzare le braci sulle quali era poggiata una pentola di coccio con i bordi sbrecciati, piena d'acqua bollente.

L'uomo allontanò con un gesto sbrigativo la fanciulla per far posto al Palloni; la moglie, accorgendosi dell'estraneo vicino al suo giaciglio, rivolse un'occhiata smarrita al marito.

"E gli' è un dottore!" la rassicurò l'uomo.

Palloni si chinò sulla donna e, senza dire una parola, tirò da parte quella che una volta doveva essere la coperta buona e le scoperse il ventre rigonfio, lucido e teso come la pelle di un tamburo: lo palpò a lungo con attenzione, guardò tra le cosce della donna e notò che la comare aveva visto giusto: il parto era già aperto e la posizione podalica del nascituro era tale da creare sicuramente durante il travaglio dei gravi rischi per la vita del bambino e per la madre stessa. Il medico, mentre la donna aveva ripreso a lamentarsi ed a gridare più forte, prese da parte il marito e, senza troppo badare alla forma, gli disse:

"La vecchia ha detto il giusto, dovete rassegnarvi: oggi qualcuno lascerà questo mondo, vostra moglie o vostro figlio o, Dio non voglia, tutti e due. Che il Padreterno l'aiuti! Bisogna che intervenga subito".

Nella concitazione del momento sembrò che l'uomo non avesse capito il significato categorico di quelle parole, poi vedendo il Palloni allargare le braccia e volgere gli occhi al cielo con rassegnazione, capì e si strinse le tempie tra le mani chiuse a pugno e restò immobile digrignando impotente i denti e serrando a forza gli occhi per alcuni lunghi secondi, come se volesse maledire il destino che imponeva a lui e alla moglie di subire una tale sventura.

Nel frattempo donna Zemira che aveva seguito i due salendo a fatica le scale, era entrata in quella che, più che una stanza, era una stamberga dove i topi scorrazzavano a loro agio e dove ristagnava un'aria pesante e greve a causa della puzza di cavoli cotti, di sudore, di urina e per il tanfo provocato dall'umidità che trasudava dai muri. Inorridita ed allibita nel vedere l'estrema indigenza e la sporcizia che regnava in quell'ambiente, si fermò attonita sulla porta sollevando istintivamente la gonna.

Dopo essersi tolto la casacca e rimboccate le maniche della camicia, Palloni si era nuovamente avvicinato al giaciglio e, senza voltarsi, sollecitò la moglie mettendola rapidamente al corrente delle condizioni della donna pregandola di tornare alla carrozza per prendere la borsa con i ferri chirurgici ed i medicinali, che sempre portava con sè. Ordinò alla vecchia di scaldare ancora dell'acqua ed alla ragazza di continuare a bagnare la fronte della donna con l'acqua e l'aceto.

L'uomo si era rifugiato accovacciato in un angolo della stanza, incerto su cosa fare: ancora incredulo, si augurava solo che quel medico sbagliasse. Il bambino che stava per nascere era il suo primo figlio e non poteva immaginare che il destino gli si mostrasse così avverso.

Donna Zemira tornograve; affannata con la borsa dei medicinali, rischiando anche di cadere per la scala. Il medico preparò alla svelta una pozione di segala cornuta che fece assumere alla partoriente per facilitarle le contrazioni; quindi le si pose inginocchiato davanti e introdusse la mano nel ventre della donna cercando il piccolo nascituro mentre con l'altra cominciò a massaggiarle la pancia con movimenti lenti e circolari, premendo leggermente per individuare la postura del nascituro e volgerla nella giusta posizione.

Dopo alcuni minuti la segala iniziò a fare l'effetto dovuto, la donna cominciò, contorcendosi, a gridare più forte mentre il dottore faceva cenno al marito di avvicinarsi per tenere ferme le braccia della moglie. Il travaglio era entrato nella fase finale: la giovane ragazza, rincantucciata vicino al camino piagnucolava di paura, poiché assisteva per la prima volta ad un evento del genere, mentre bisbigliava una preghiera per le due creature che potevano morire da un momento all'altro. La vecchia comare si prodigava per consolare la puerpera mentre donna Zemira, messo da parte ogni ritegno sulla luridezza dell'ambiente, si era tolta addirittura il vestito restando in sottabito per essere più libera nei movimenti ed assistere il marito.

"Attenta" la sollecitò Palloni "dammi quello, asciuga qui... svelta... quel panno... ecco, vedo la testa... su!" poi rivolgendosi alla donna: "Cara la mia donna, ancora uno sforzo, avanti, ancora una spinta... una forte... ecco, sù così, brava... un altra ancora... eccolo! Su... su" e rivolgendosi sempre alla donnaù continuava ad incitarla "ora prendi fiato, respira forte... a fondo, ecco così, brava, brava... un ultimo sforzo..."

La donna emise un urlo, un altissimo e scomposto grido per il dolore intenso, che fu al tempo stesso un'invocazione per essere liberata da quella sofferenza

Palloni, anch'egli sudato e rosso in viso per il faticoso impegno profuso, si trovò tra le mani all'improvviso il piccolo nato, spinto con forza da un ultimo tentativo della madre; lo prese per i piedi a testa in già, gli dette due leggeri colpetti sulle natiche e la vita entrò nel piccolo nato con un pianto, quasi di dolore, che rimbalzò tra i muri umidi della stamberga. Il dottore tagliò deciso il cordone ombelicale e lo legò. Il bambino era bello, appariva robusto, di carnagione chiara ed i pochi capelli chiari facevano presumere che sarebbe divenuto biondo. Palloni notò sulla parte destra del petto del piccolo, proprio sotto il capezzolo, una minuscola voglia a forma di croce:

"E' benedetto!" esclamò mostrandolo alla moglie, commosso nel vedere quel segno sacro che poteva significare la testimonianza della volontà divina che il neonato vivesse. La comare prese tra le braccia il piccolo, vide anche lei la piccola "voglia" e dalla bocca sdentata le uscì una soffocata esclamazione di meraviglia e di trepidazione, come se avesse avuto una rivelazione inaspettata:

"Guarda, guarda qui" disse facendo cenno alla fanciulla di avvicinarsi e, facendosi velocemente il segno della croce, continuò "Dio santo! E gli'è segnato da i' SSignore! Questo bambino e'sarà fortunato, gli'è nnato sotto una bona stella!"

E così dicendo, dopo averlo sommariamente ripulito, lo avvolse in alcuni stracci, che a parer suo dovevano essere puliti, e lo adagiò a fianco della madre, mentre l'uomo, rasserenato, accarezzava la moglie asciugandole il viso che ancora mostrava i segni del faticoso travaglio.

Il Palloni e la moglie erano tuttavia preoccupati e rivolsero ancora la loro attenzione alla donna: nel nascere, il bimbo aveva procurato alla madre una grave lacerazione causandole una copiosa emorragia, che il medico cercò di fermare, ma inutilmente.

La donna intanto guardava con un mesto sorriso il suo bambino; si sentiva molto debole ed il suo volto diventava sempre più pallido, sicuro indizio che l'emorragia continuava. Tuttavia la felicità di avere presso di sè quel piccolo essere, la ripagava per la sofferenza patita. Palloni l'osservò preoccupato.

La donna alzò gli occhi verso l'alto come a chiedere a Dio la forza per continuare a vivere, ma Palloni, come purtroppo aveva previsto, vide che gli occhi della donna erano ormai sbarrati nella fissitò della morte.

Ciò nonostante il medico, pur sapendone l'inutilità, tentò il possibile per rianimarla con ogni mezzo, ma l'emorragia era stata inarrestabile e la donna era morta senza una parola tra le braccia del marito.

Donna Zemira si avvicinò all'uomo che, intontito dal dolore, impacciato aveva preso in braccio, accarezzandolo, il figlio che con gli occhi chiusi, muoveva le piccole labbra come a cercare il seno della madre.

"E' un bel bambino robusto; come lo chiamerete? E voi, qual è il vostro nome?" domandò Zemira.

L'uomo alzò gli occhi arrossati per le lacrime che gli rigavano il volto e dopo un breve silenzio, rispose:

"Niccolò, Niccolò Nebbiai, come ssu' padre".

Il rapido susseguirsi dei fatti, l'urgente necessità di occuparsi della partoriente avevano distratto Zemira dal rendersi conto delle condizioni in cui si sarebbe venuto a trovare il piccolo se fosse rimasto in quel tugurio con il solo padre e quella vecchia che certamente non sarebbero stati in grado di allevarlo "come Dio comanda", pensò. Donna Zemira guardò il padre del bambino: nonostante l'incuria e la rozzezza della persona, era un bell'uomo possente, dalle spalle larghe; il volto dai tratti regolari rivelava un buon carattere seppure forte e deciso, ma sicuramente non sarebbe stato in grado di accudire il piccolo, come avrebbe fatto una madre, e la vecchia e la ragazza non erano certo le più adatte a crescere un figlio.

La vecchia e la giovane inginocchiate davanti alla morta, pregavano sommessamente.

"Gli ha messo nome Niccolò, è un bel nome come altrettanto bello è questo bambino" disse Zemira, mentre si stava rimettendo il vestito, al marito che nel frattempo le si era avvicinato "e adesso cosa intendete fare, con questo piccolo, chi lo alleverà?" disse rivolgendosi al padre.

Egli rimase silenzioso guardando ora la nobil donna ora il medico:

"Un lo so... io e lla mi' moglie s'è aspettato tanto questo bambino... lei" e indicò il corpo della moglie "la mi diceva sempre: tu vedrai, i' SSignore c'ascolta... ma ora un so icchè fare... la mi' moglie, poerina, se l'è presa Lui" e alzò gli occhi al cielo stringendosi al petto il figlioletto.

Il cavalier Palloni aveva capito al volo quello che la moglie stava pensando; conosceva bene i suoi impulsi di generosità e bastò un suo sguardo di assenso perché questa rivolgesse al padre Niccolò la proposta di affidare a loro il piccolo nato: avrebbero provveduto ad allevarlo, sollevando il poveretto dal quel gravoso impegno. Egli lo avrebbe visto tutte le volte che lo avesse voluto. Gli dissero con parole semplici che lo avrebbero cresciuto nel rispetto della sua paternità, che l'avrebbero fatto studiare e poi, quando fosse giunto all'età della ragione, il suo figliolo avrebbe deciso liberamente della sua vita futura. Perché si rendesse conto che si trattava di una felice occasione per l'avvenire del figlio, gli dissero chi erano e quale fosse la loro posizione sociale, che non avevano figli sui quali riversare il loro amore e lo rassicurarono:

"Così voi potrete coltivare la vostra terra senza la preoccupazione di dover crescere il figlio vostro, il quale, anche se presso di noi, sempre vedrà in voi il padre vero. Vi diamo la nostra parola di onesti cittadini e di fedeli sudditi del Granduca. Vi firmeremo una dichiarazione che vi garantirò, nei confronti vostri e di vostro figlio, dell'onestà delle nostre azioni."

Talvolta possono accadere nella vita fatti strani ed inattesi, che si leggono solitamente nelle favole, ma quel giorno, il fatto strano e inatteso doveva verificarsi davvero per cambiare l'ingrata sorte riservata al piccolo Niccolò.

Il padre era combattuto tra il desiderio di trattenere presso di sè il figlio che aveva voluto da tanto tempo, per il rispetto della memoria della moglie che aveva sacrificato la vita per farlo nascere, e l'intuizione che quelle due illustrissime persone, giunte al momento opportuno come se fosse stata la Provvidenza ad inviarle, avrebbero dedicato a suo figlio ogni attenzione per crescerlo nel migliore dei modi e riservargli sicuramente un avvenire ben diverso da quello che avrebbe avuto se fosse rimasto con lui: un contadino analfabeta condannato tutta la vita a curvare la schiena per guadagnarsi una zuppa di cavoli ed un pezzo di pane nero, vestito di stracci e relegato per sempre alla Torraccia.

Nonostante non fosse istruito e non avesse mai conosciuto, se non per averlo sentito dire, cosa volesse significare vivere al di fuori delle poche e misere catapecchie della Torraccia, egli ebbe la convinzione che avrebbe agito bene accettando la proposta di quella signora e di suo marito; dopotutto erano apparsi fortunatamente in un momento per lui così difficile e tragico, che l'affidargli il figlio sarebbe stata la logica conclusione. Decise allora che si sarebbe fidato di loro e delle loro promesse per il bene di quella creatura che, impacciato, teneva tra le braccia, e alla quale, altrimenti, era certo avrebbe potuto offrire solo sudore, fatica ed un'infelice povertà.

Quel giorno stesso la carrozza con i quattro cavalli bianchi ripartì con un altro piccolo passeggero serenamente addormentato, che donna Zemira teneva amorevolmente stretto a sè perché non si svegliasse, proteggendolo dai sobbalzi della carrozza.