Tra due guerre (1916-1945)

ESTRATTO

Il ritorno di Ugo a Udine fu così veloce rispetto al viaggio d'andata come altrettanto breve era stata la sua permanenza a casa. Aveva avuto due giorni di viaggio ed uno di permesso, perciò la vigilia del Natale 1915, Ugo fu costretto a ripartire alla volta d'Udine.

Durante il viaggio i suoi pensieri furono occupati dal ricordo della visita al paese ed al funerale della madre. Il padre gli era parso abbastanza in buona salute, compatibilmente alla sua malattia, e gli era sembrato che non avesse sofferto più di tanto per la perdita della moglie. Anche se il padre non voleva ammetterlo, si era reso conto che era stato l'egoismo a spingerlo ad accogliere la moglie di nuovo in casa. Egli credeva che con il suo gesto magnanimo, come ebbe a dire poi, la famiglia apparisse ricomposta almeno formalmente e che la reputazione della famiglia ne guadagnasse. Ma la sua decisione non aveva raggiunto lo scopo ed in più aveva contribuito ad alterare il rapporto con il figlio, che si era allontanato dalla sfera affettiva paterna. A parere di Ugo, questa responsabilità forse al padre cominciava a pesare.

Ugo aveva presenziato al funerale della madre con cristiana partecipazione, ma più che altro era stato presente per non far mancare un saluto ed una preghiera a chi lascia questo mondo, anche se, ed era noto a tutti, egli non aveva mai considerato Atina veramente sua madre. Dopo averlo messo al mondo, infatti, passata l'euforia di avere un figlio, Atina si era disinteressata del piccolo Ugo. La madre vera che l'aveva cresciuto, che aveva tremato per una febbre sospetta, che si era preoccupata prima per le paure di un fanciullo e poi per le prime esperienze di un adolescente, era stata Dolfina, ritenuta la sua vera mamma. La fortuna gliela aveva fatto ritrovare solo per alcuni brevi minuti, dopo dieci anni: all'improvviso gli era comparsa davanti, poi era scomparsa di nuovo e chissà dove si trovava. "A Roma" le era sfuggito, salutandolo. "Roma è grande" pensò Ugo "sarebbe come cercare l'ago in un pagliaio" e si domandò come e quando l'avrebbe incontrata di nuovo.

Ugo arrivò in caserma a tarda sera. Trovò l'attendente sulla solita sedia in paziente attesa. Un biglietto del colonnello Batini, lo convocava il 26 dicembre per comunicazioni urgenti. Ugo si augurò che fosse arrivato il sospirato ordine di trasferimento e con questa prospettiva se n'andò a dormire.

Il primo Natale di guerra Ugo lo trascorse in caserma, comandato ufficiale di picchetto. Trascorse tutta la giornata nella speranza che il giorno dopo fosse quello tanto sospirato della partenza. Francesco gli aveva detto che si era interessato presso il Ministero della Guerra ed aveva avuto assicurazione che si sarebbero occupati di lui.

La mattina dopo Ugo si presentò al colonnello Batini, il quale lo accolse con malcelata freddezza. Seduto alla scrivania, che lo faceva sembrare ancora più piccolo, tirò fuori dal cassetto un foglio che porse senza dire una parola ad Ugo. Finalmente il comando dello 8º Reggimento Alpini lo trasferiva al 7º Reggimento, 6º compagnia del battaglione "Cadore" schierato sul fronte cadorino sulla linea di confine del Monte Piana, presso Misurina.

Il tenente Giraudo quando lo venne a sapere incontrandolo mentre usciva dalla caserma, gli porse gli auguri stringendogli la mano, ma non potè fare a meno di dirgli dandogli una pacca sulle spalle e scuotendo la testa:

"Ma chi te l'ha fatto fare, n'hè Stai attento, e mi raccomando: non fare l'eroe, neh?"

Una colonna di camion si arrestò che ancora era buio, davanti al passo carraio della caserma. Nel silenzio della notte, rotto dal rumore dei motori degli autocarri, la neve creava un paesaggio irreale, illuminata da una luna splendente che la faceva rilucere come se fosse argentata. Un sergente scese dalla cabina del camion di testa e si presentò al corpo di guardia, chiedendo dei partenti, che in attesa erano radunati nel cortile. Ugo ed un plotone d'alpini presero posto su un camion sistemandosi alla meglio tra casse di materiale. Dispensato dall'essere suo attendente, c'era anche Bortolo Bellin. La colonna si mosse tra i saluti di chi partiva e gli auguri di chi restava. Ugo aveva trovato un posto comodo dietro la cabina di guida, tra casse di medicinali e bidoni d'olio. Il telone che ricopriva il cassone dell'automezzo era quasi nuovo e riparava dal freddo che, nonostante la mantellina avvolta intorno al corpo, penetrava pungente ed umido nelle ossa di Ugo.

Da Udine, attraversata la Carnia, la colonna prese la strada per il Cadore fino a Lozzo. Il viaggio fu lungo ed interrotto più volte per i vari controlli. I carabinieri in grigio verde con la lucerna coperta da una fodera grigia, la giberna a tracolla ed il moschetto 91 in spalla, erano particolarmente attenti e con l'avvicinarsi alla linea del fronte, effettuavano ispezioni sempre più meticolose. Quando la colonna attraversò il paese, Ugo ebbe la prima vera sensazione di cosa volesse significare la parola "guerra". Una confusione generale regnava lungo quella strada, completamente invasa da ogni tipo di mezzi di trasporto: dai muli silenziosi con le pesanti some ai carri trainati da poderosi cavalli, dai camion alle auto degli ufficiali, che con il suono insistente dei clacson e delle trombe chiedevano strada e dalle ambulanze con la grande croce rossa dipinta sui fianchi che facevano la spola tra la prima linea e le retrovie. Ma ciò che colpi l'attenzione di Ugo furono soprattutto i soldati. Una lunga fila di fanti, bersaglieri e alpini, curvi sotto il peso dei sacchi e delle armi sul ciglio destro della strada si dirigeva a piedi verso la montagna mentre un'altra fila sul lato sinistro ne discendeva: sporca, lacera, con le barbe lunghe, con la stanchezza e ancora l'immagine della tragedia negli occhi. Erano quelli che andavano incontro ad ogni sorta di pericolo e quelli che quella volta erano scampati alla morte o ad una mutilazione.

La strada, dopo Auronzo, cominciò a salire e l'acqua che bolliva nei radiatori cominciò a surriscaldare i motori. Allora occorreva fermarsi e fermata dopo fermata, procedendo quasi a passo d'uomo ciò che era rimasto della colonna partita da Udine - molti autocarri avevano preso altre vie per altrettante destinazioni - affrontò l'ultima salita e raggiunse Misurina, coperta da un alto manto di neve.

Ugo ne rimase quasi sbalordito. Era la prima volta che vedeva tanta neve e rimase abbacinato dal candore totale seppure il sole stesse per tramontare dietro la Croda Rossa. Le poche case del piccolo villaggio erano quasi nascoste dalla neve. Il lago pareva scomparso, come se non ci fosse mai stato, trasformato in una vasta pianura fatta di ghiaccio e di neve. Dopo qualche centinaio di metri ai margini di un terreno che d'estate è paludoso, iniziava la strada che gli alpini del 7º avevano costruito per raggiungere la vetta del Monte Piana. Lassù era diretto Ugo ed il plotone degli alpini.

Un silenzio strano, quasi religioso, regnava tra quelle montagne, testimoni di un tempo che sembrava essere immoto da migliaia d'anni. La completa assenza di un qualsiasi rumore - il rumore dei passi e degli zoccoli dei muli erano attutiti dalla neve e tutti parlavano a bassa voce - evocava i silenzio profondo, come nel raccoglimento della preghiera in una chiesa che per pareti aveva le bianche montagne e per tetto la volta del cielo, pronta a ricevere le prime stelle.

Ma all'improvviso... il sole era già tramontato - sembrò che la terra tremasse come se una forza sconosciuta e sovrumana squassasse le sue viscere, mentre in cielo una serie continua di lampi accecanti illuminava a giorno, come fuochi d'artificio, le montagne in uno scenario di luci e di colori, che Ugo ricordò di aver visto al paese, sia pure in tono minore, durante la festa di S. Patrizio. Era cominciato, improvviso, un cannoneggiamento concentrico sul Monte Piana dalle batterie austriache di Prato Piazza, dal Monte Rudo e da quelle dei Tre Scarperi. Fu il saluto di benvenuto che Ugo ebbe, appena giunto nell'immediata retrovia del fronte e fu anche l'ultima importante azione nemica che concludeva il primo anno di guerra sul Monte Piana, ma gli attacchi ed i contrattacchi dalle due parti non cessarono.

Ugo ed altri alpini trascorsero la notte alla bell'e meglio in un fienile. Borlotto Bellin aveva trovato alcune balle di paglia, che servirono egregiamente da materasso e a difenderli dal freddo. Il mattino dopo, di buon'ora, Ugo con il plotone che era arrivato con lui, dopo una faticosa camminata in salita giunse sulla vetta del Monte Piana. Da quel momento Ugo cominciò a pagare il debito che egli aveva contratto con la Patria, e fin dal primo giorno fu coinvolto nel tremendo batti e ribatti degli attacchi e dei contrattacchi della guerra di trincea.

Dopo più di sette mesi dall'inizio della guerra, nel gennaio dell'anno successivo il Monte Piana e tutte le zone intorno (dalle Tre Cime al maestoso gruppo del Cristallo, dalla Croda Rossa al massiccio delle Tofane) erano assurte più volte agli onori dei Bollettini di Guerra per le numerose e coraggiose azioni dei soldati italiani (e l'obiettività impone riconoscere anche quelle da parte austriaca), che in scontri sanguinosi causarono la morte ed il ferimento di migliaia di combattenti. Le notizie diffuse ufficialmente, non corrispondevano alla verità, perché, come sempre accade in tempo di guerra, erano filtrate attraverso le varie censure per non intaccare la fiducia dei soldati e della popolazione civile al fine di non incrinare la speranza o il convincimento della vittoria finale. Quelle notizie non rivelarono, come poi furono ridimensionate nella loro cruda realtà, quanto tragico fosse lo scenario di guerra sul Monte Piana ed altrove per la crudezza delle battaglie, le inutili carneficine per conquistare qualche metro di terra che il giorno dopo doveva essere nuovamente ceduto con altrettante vite sacrificate, tra il crepitio delle mitragliatrici, il fragore delle cannonate, i comandi urlati dagli ufficiali, le urla degli assalitori ed i lamenti e le invocazioni dei feriti.