Una serata in valle (il filò)

ESTRATTO

Don Ariosto era stato un'altra volta in vescovado, molti anni addietro, e quando entrò nello studio di Sua Eminenza riconobbe le grandi pareti bianche, l'alto soffitto dorato con l'affresco raffigurante il Padre Eterno, imponente e barbuto, in un tripudio di santi austeri, angioletti sorridenti e nuvole bianche. Due grandi quadri si fronteggiavano, occupando quasi completamente le pareti: l'uno era una copia dell'ultima cena di Leonardo e l'altro riproduceva Gesù che scaccia i mercanti dal tempio. Altri quadretti erano appesi alle pareti e una quantità incredibile di libri era sparpagliata e ammucchiata un po' dovunque in un disordine che sembrava studiato apposta. La stanza era illuminata da una grande finestra che dava sul cortile interno, dalla quale, seppur chiusa, si poteva sentire il tubare dei colombi che ogni tanto si posavano sul davanzale.

"Caro il nostro don Ariosto" lo salutò cordialmente il vescovo offrendo a monsignore l'anello da baciare "qual buon vento vi conduce da noi?"

"Non è un buon vento, Eminenza, è piuttosto la minaccia di una bufera che mi ha spinto a chiedervi udienza ed a implorare il vostro aiuto".

"Una bufera...? Implorare" don Ariosto! Non esageriamo! Non ho l'autorità né la responsabilità del papa, ma se potrò aiutarvi lo farò volentieri. Ma di quale bufera si tratta?" domandò il vescovo incuriosito invitando don Ariosto a sedere su una poltrona dorata e rivestita di damasco rosso.

Don Ariosto si sedette con compunzione sul bordo della poltrona restando eretto e con le mani giunte raccolte nel grembo della tonaca, nell'attesa che il vescovo lo sollecitasse a spiegare la ragione della visita.

"Allora monsignore, cos'è questa bufera? Cosa avete da dirmi? E scusate se nel frattempo continuo a firmare queste carte, ma vi ascolto" e ripetè, rassicurando la sua attenzione "vi ascolto".

Don Ariosto prese alla larga l'argomento che gli stava a cuore parlando del paese, dei fedeli che partecipavano alla santa messa - "non rinuncerei a quella parrocchia per niente al mondo" assicurò - dei buoni rapporti con le autorità e alla fine, all'improvviso, esclamò:

"Eminenza, sono qui per salvare la vita a due donne".

Il vescovo ascoltava annuendo con cenni del capo, compiaciuto e un po' distratto, le parole di don Ariosto mentre continuava a firmare.

"Salvare due donne, monsignore, avete detto: ho capito bene?" domandò il vescovo senza alzare la testa.

"Sì, Eminenza. Sono due donne ebree che si sono affidate alla mia modesta persona, preoccupate per le conseguenze negative che le recenti e deprecate leggi, che anche a voi sono note, produrranno a breve data."

"Ebree, due donne ebree?" chiese sorpreso il vescovo il quale, sentita la parola "ebree" era sobbalzando sulla sedia fissando don Ariosto, incerto se avesse capito bene: "Ebree?" ripetè sorpreso.

"Sì, Eminenza, avete capito bene: due donne e-b-r-e-e" sillabò don Ariosto.

"E' una strana proposta quella che mi fate" rispose asciutto il vescovo che si era ripreso dalla sorpresa. Immaginò che si trattasse della solita raccomandazione e mise le mani avanti:

"Voi sapete, monsignore la posizione della chiesa in merito... e poi la mia condizione mi pone sovente in contatto con l'autorità civile e politica, con la quale occorre mantenere buoni rapporti di... di buon governo... nell'interesse della nostra comunità... tuttavia" aggiunse più ben disposto vedendo che don Ariosto, pensando che fosse inutile insistere data la piega che aveva preso il discorso, aveva appoggiato corrucciato le mani sui braccioli della poltrona pronto ad andarsene, "voi chiedete il mio aiuto fraterno verso due povere anime ed io non posso certo esimermi da fare cristianamente il possibile per darvelo... ma non vedo come!" e scosse la testa: "A meno che voi non abbiate da propormene il modo. O siete venuto da me solo nella speranza che io abbia la bacchetta magica per risolvere il vostro problema?" aggiunse il vescovo con malcelata ironia che fece irritare ancor più don Ariosto.

"Eminenza, non mi sarei mai permesso! Sono prete ma anche, come si dice, uomo di mondo" rispose don Ariosto, che si era ricomposto sulla poltrona, ma si vedeva che era agitato e risentito per l'uscita non troppo felice del vescovo "Per risolvere il mio caso ho bisogno del vostro autorevole favore ed aiuto: si tratta di... " a don Ariosto mancò all'improvviso il fiato e quasi in apnea riuscì a dire: "...battezzare le due donne!"

Sua Eminenza mentre don Ariosto parlava, aveva ripreso a firmare altre carte che gli erano state portate dal pretino con i capelli rossi. Gli sembrò di capire che don Ariosto si riferiva a due donne che non erano cristiane, ma ebree, da battezzare e quindi che tutto si limitasse ad un fatto di normale amministrazione: anche se rientrava nei doveri del parroco battezzare cristianamente, che don Ariosto si tranquillizzasse, le avrebbe battezzate volentieri il suo vescovo.

"Ma se è per questo" disse quindi il vescovo allargando le braccia come ad invocare la benedizione del Cielo ed illuminandosi in volto "non mi pare niente di eccezionale, anzi mi compiaccio con voi, don Ariosto, per aver raccolto due pecorelle smarrite: allora, volete che le battezzi io?" domandò disponibile Sua Eminenza.

Don Ariosto si rese conto che, non avendo potuto terminare il discorso, il vescovo non aveva capito ed ebbe la sensazione che la terra gli si aprisse sotto i piedi: non aveva previsto che la faccenda prendesse quella piega e temette che tutto quanto aveva escogitato dovesse saltare. Respirò profondamente, si dette coraggio, si raccomandf al Cielo e spiegò di nuovo, cercando di usare il tono giusto:

"Eminenza, forse non mi sono spiegato bene" e proseguì, mentre il vescovo lo guardava interdetto: "anzi senza forse: non mi sono spiegato per niente. Non sono stato sufficientemente chiaro nel dirvi che le due donne sono ebree... e per aiutarle, in nome di Dio, bisognerebbe che le due donne fossero battezzate, ma non proprio..."

"Come non proprio... due ebree da battezzare o no?" lo interruppe ancora il vescovo che non capiva più niente "Diamine! Don Ariosto, ma che dite?!"

"Ecco Eminenza, per salvare quelle due creature, per la loro sicurezza, non posso prendermi la responsabilità da solo ed avrei pensato che voi... con la vostra autorità... la vostra benevolenza, poteste fare in modo che in Curia, ad un eventuale controllo di chicchessia, fosse reperibile un... certificato... un pezzo di carta, per dire... con qualche bollo, un timbro dal quale si possa evincere che le due donne sono battezzate. Ecco!" concluse don Ariosto asciugandosi il collo ed il viso dal copioso sudore per la passione ed il patema d'animo che lo avevano attanagliato fino a quel momento.

Il vescovo era rimasto senza parole e guardò allibito don Ariosto; ancora non aveva capito bene che cosa volesse quel prete che, del resto, gli faceva perdere anche tempo, con tutto quello che aveva da fare. Pensò che forse monsignore viveva un momento di una precoce confusione mentale:

"Un certificato, un pezzo di carta con i bolli... ma vi rendete conto dell'enormità che state dicendo don Ariosto?" sbottò e poi bofonchiando ripetè: "un pezzo di carta... figuriamoci! Non se ne fa di nulla!"

Don Ariosto aveva nel frattempo ripreso fiato e con la forza della disperazione tornò alla carica:

"Eminenza, mi rendo conto... la vostra sorpresa... la mia presunzione... lungi da me il pensiero più recondito che mancarvi di rispetto, ma si tratta di salvare due creature che saranno incolpevole preda dagl'ingranaggi di una macchina infernale, se non sarà fatto qualcosa per salvarle. La Provvidenza, mi si perdoni Eminenza, la Provvidenza?" ripetè rivolgendo lo sguardo in alto verso il soffitto con l'effigie di Dio che incombeva su di loro quasi fosse in ascolto e con la mano che, levata in alto, sembrava pronto a benedire ma anche a... punire - pensò don Ariosto e scacciò quel pensiero malevolo - "... la Provvidenza ci soccorre sempre nei momenti del bisogno ed oggi mi suggerisce un accorgimento che non porterà nocumento ad alcuno, anzi ci consentirà di porgere una mano, la mano santa del Cristo crocifisso per noi poveri peccatori, protesa a salvare due creature che, seppure di fede diversa dalla nostra, hanno un anima uguale alla mia... ed alla vostra."

Don Ariosto riprese fiato e continuò: "Vostra Eminenza mi perdoni per il paragone azzardato, ma Nostro Signore non ha forse detto »Chiedete e vi sarà dato»" e rinfrancato continuò: "Io ho promesso a queste due donne che meritano per la loro bontà, l'onestà e lealtà verso il prossimo, di essere aiutate, ma io sono solo una piccolissima ed insignificante piccola rotella di quella misteriosa e complicata macchina che regola gli accadimenti della nostra vita. Come posso spiegarvi, Eminenza! Se il piccolo ingranaggio, che io sono, s'inceppa per una qualsiasi ragione e non riesce a compiere la sua funzione, c'è il pericolo, mi si perdoni Eminenza il paragone, che anche le due donne, anchesse ingranaggi della stessa macchina, si fermino provocando sicuramente lirreparabile. Ed allora dov'è la carità cristiana...? Non è carità cristiana tentare di aiutarle?"

Don Ariosto, nel fervore del discorso tra ingranaggi e macchine, si accorse di essere andato un po' oltre le sue intenzioni ma ormai era partito e doveva piazzare l'ultimo colpo - "O la va o la spacca" pensò - e si affrettò a dire:

"Scusate, Eminenza, l'ardire e se vi ho fatto perdere del tempo prezioso, ma voi mi perdonerete se mi permetto ricordare le parole di Gesù nel Vangelo di Marco: «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità, che non perderà la sua ricompensa»... e cosa rispose Gesù Cristo ai farisei - come ci ricorda Matteo - che lo interrogavano per metterlo alla prova? Egli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» e poi «Amerai il prossimo tuo come te stesso»... Eminenza, perdonatemi, ma non c'è alcuna distinzione tra questi due comandamenti... anzi, si completano l'uno con l'altro".

Il vescovo Bernardo aveva ascoltato attentamente lo sfogo appassionato di don Ariosto ed era rimasto con la penna sospesa in mano, guardandolo fisso mentre profferiva le ultime parole dei Vangeli e finalmente aveva capito le buone intenzioni di quel prete. Don Ariosto aveva ragione: gli aveva ricordato che la carità cristiana è affare di tutti giorni, anche se per farla talvolta ci si può trovare di fronte ad aspetti incredibili ed imprevedibili.

Don Ariosto aveva sparato le sue ultime cartucce e si alzò facendo l'atto per scaramanzia, di andarsene, poiché ebbe la sensazione che fosse riuscito a convincere Sua Eminenza e fece l'atto di alzarsi dalla poltrona per baciare l'anello vescovile. Anche il vescovo si alzò, girò intorno al grande tavolo e mettendo la mano sulla spalla di don Ariosto, lo invitò a restare seduto e con un tono che più curiale non poteva essere, per mascherare l'imbarazzo e il disagio che le parole del prete gli avevano provocato, disse:

"Caro monsignore, il vostro vescovo oggi ha ricevuto da voi una grande lezione, che egli accetta con umiltà e gratitudine e vi ringrazia d'avergli parlato con le vostre semplici, accorate ed al tempo stesso ispirate parole. Avete ragione, dopotutto si tratta di un pezzo di carta con qualche bollo..." poi, alzando la mano benedicente con un allegro sorriso, proseguì "fate in modo di darci tutti i dati per compilare quei due... certificati e che Dio vi accompagni!"

Don Ariosto provò un tuffo al cuore: era fatta, e se a un certo punto aveva perso ogni speranza, poi aveva avuto la certezza che il miracolo si sarebbe avverato. Si alzò felice ringraziando la Provvidenza. Per dimostrare la sua riconoscenza avrebbe voluto abbracciare il vescovo ma si trattenne in tempo, l'etichetta curiale non l'avrebbe permesso; fu invece il vescovo ad avanzare di un passo verso di lui e abbracciandolo gli disse:

"Oggi, monsignore, avete compiuto una buona azione e siete stato maestro del vostro vescovo. Sia lodato Gesù Cristo!"

"Sempre sia lodato, Eminenza!" rispose don Ariosto e si allontanò con l'animo leggero e contento, indietreggiando a piccoli passi. Ce l'aveva fatta!